martedì 1 marzo 2011

Ai drop out (di Don Tonino Bello)

Forse il nostro stato d'animo ci porta ad esagerare, ma dopo venti anni di lavoro, essere chiamati "semplici numeri", non è gradevole. Non siamo geni, non siamo migliori di altri colleghi, non chiediamo di non essere buttati via perchè siamo delle menti eccezionali che sarebbe folle farsi scappar via. Chiediamo solo di continuare a dare il nostro contributo ad una Azienda che da noi ha avuto tanto. Si sente spesso dire che bisogna lavorare, zitti e mosca, perché il padrone ti paga lo stipendio e ti da da mangiare. Siamo sicuri di questa cosa? O piuttosto non è il piccolo contributo dei lavoratori, quello degli operai e degli impiegati di ogni azienda che permette ai manager ed al padrone in genere di continuare ad andare avanti?
E così uno di noi ha ritrovato questa bella lettera che il grande Don Tonino Bello aveva dedicato agli emarginati, a coloro che per un motivo o per l'altro erano ai margini della società: quelle persone per le quali lui lavorava, anche se a volte lo portavano a scontrarsi con le gerarchie ecclesiastiche. Fortunatamente non siamo ancora barboni o reietti della società, ma ci sentiamo un po' tutti dei "drop out"

Ai drop out
La pietra scartata dai costruttori
è divenuta testata d'angolo.
(At.4,11)
Carissimi,
l’unica speranza che qualcuno legga questa lettera è affidata a quell’espressione esotica: drop out.
Essendo stata, infatti, coniata da poco, è molto facile che chiunque non ne conosca il significato dica: “forse il vescovo si rivolge a me”, e si metta a scorrere le prime righe. Quando poi si accorge che lui non appartiene alla categoria dei destinatari, è ormai troppo tardi perché non vada fino in fondo, incuriosito per quello che ho scritto.
Ed è proprio ciò che voglio.
In questo modo, visto che voi drop out non prenderete mai in mano questo messaggio, può capitare che almeno qualche altro ve ne riferisca il contenuto.
Sì, perché drop out significa letteralmente “caduti fuori”.
Immaginate un carretto siciliano, stracolmo di arance, e tirato da un asino che arranca su per una salita. A ogni strattone, alcune arance ruzzolano per terra, e rotolando vanno a finire ai bordi della strada senza che nessuno le raccolga. I ragazzi si divertiranno a prenderle a calci, finché non saranno sfracellate sul marciapiede.
Ecco: drop out è una variabile linguistica del termine “emarginati”. Indica, insomma, il campionario assortito di coloro che, essendo ruzzolati giù per colpa loro o per cattiveria altrui, non sono più presi in considerazione da nessuno. Vanno così a ingrossare quel deposito di subumanità, contro cui il tirar calci finché non si sfracella, se non proprio un gesto legittimato dal sistema, può apparire una esercitazione iniqua solo per quel tratto che separa l’indifferenza dalla ferocia.
Cari drop out, la società, essendosi accorta di non avervi dato molta attenzione, vi ha dato almeno un vocabolo nuovo.
È già qualcosa, non vi pare?
È sempre meglio della parola “respinto”, che un tempo, nuda e cruda, si usava a scuola per indicare le arance cadute nel canalone, mentre il carretto con le altre arance proseguiva per conto suo. Diciamocelo con franchezza: “respinto” era una parola crudele, anche se poi l’arancia caduta dal primo carretto poteva essere raccolta da quello successivo.
Drop out, invece, è meglio. Almeno apparentemente.
Perché, a prima vista, questa misteriosa modulazione straniera sembra un marchio pregiato, una promessa di garanzia, un’allusione a fior di conio. Ma, in effetti, è una parola disperata. Una punzonatura per le disfatte irreversibili. Un’oscura sigla da scacco matto. Una sentenza
di fallimento passata in giudicato. Una condanna a morte, senza appello, da scontare vivendo.
Drop out sei tu, Luigi, che forse dal carretto sei scivolato senza eccessiva colpa degli altri, per quel gusto morboso di sentirti vittima. Tant’é che hai rifiutato anche tutti i carretti di emergenza. Ora dormi alla stazione, vai accattando qualcosa per mangiare, e, quando ti lavi un fazzoletto sotto la fontana pubblica, ti guardi attorno come se fossi un ladro.
Drop out sei tu, Marcello, che non ne vuoi sapere di rientrare nel sistema, chi sa per quale maledetto sortilegio o per quale nostalgico sussulto di stimoli anarchici sepolti dentro di te. Vai come un randagio e non ti lasci inquadrare neppure dalla superstite pietà della gente. Al Centro di igiene mentale ti hanno ormai scaricato, anche perché, se non fosse per quella puzza di vino e di sudore che ti porti appresso, non dai fastidio a nessuno.
Drop out non siete soltanto voi, barboni che rovistate nei contenitori della spazzatura, e mangiate minestre rapprese da giorni nelle scodelle che sanno di tanfo, e dormite sotto i ponti delle grandi città avviluppati nei cartoni. Forse oggi non fate più senso, perché, irriducibili alla nostra norma, siete divenuti protagonisti di una letteratura oleografica, dalla quale non si può decifrare bene se la società è indifferente verso di voi più di quanto non siate voi verso di essa.
Drop out siete anche voi, stranieri alla deriva. Minori che convivete con la violenza. Adolescenti scaricati anche dalle nostre chiese perché siete pericolosi agli altri. Fratelli lupini che fate la spola tra carceri e libertà. Esseri allo sbando che vi aggirate tra ospedali psichiatrici e strada. Persone respinte
dal banchetto della vita che non ne fate più un problema se la gente vi rifiuta perfino le briciole. Figure selvatiche che riassumete nel più agghiacciante isolamento la tragedia di tutti gli emarginati.
Per voi ho scritto questa lettera, che certamente non leggerete.
Ma spero tanto che qualcuno ve ne racconti il messaggio. E vi dica che un altro prima di voi, Gesù di Nazaret, è stato considerato “pietra di scarto” anche lui dai costruttori.
Drop out, come voi.
Quella pietra, però, Dio l’ha scelta come testata d’angolo. Quasi per ammonirci che per lui non ci sono arance cadute dal carretto che egli non raccolga nella sua bisaccia di Padre. Che non esistono scorie pericolose che egli non faccia sbarcare sulle sponde del Regno. E che, da quando il suo Figlio Gesù è stato confitto sulla croce nell’amarezza della emarginazione più nera, anche gli scarti residuali dell’umanità per lui sono diventati... polvere di stelle!

Vostro don Tonino

Nessun commento:

Posta un commento