mercoledì 9 marzo 2011

Secondo incontro al MiSE, ovvero come arrampicarsi sugli specchi.

Nel secondo incontro al Ministero per lo Sviluppo Economico tenutosi l'8 marzo, l'Azienda era presente, oltre che con i responsabili delle risorse umane, con uno dei top manager tecnici: l'ing. Sergio Fasce VicePresident Optics. E' toccato a lui illustrare quello che, con molta fantasia, potremmo definire il piano industriale di Alcatel-Lucent. Si, ci vuole molta fantasia a definire piano industriale ciò che è stata l'esposizione di quello che sarà il modello organizzativo di Optics nel mondo e in Italia. E' sicuramente rimasto deluso qualche nostalgico che forse si aspettava che al MiSE l'Azienda si presentasse con un bel piano quinquennale, i piatiletka dei paesi socialisti con i quali si stabiliva in dettaglio cosa produrre nel quinquennio successivo. La nostalgia magari dovremmo averla proprio per una pianificazione a medio/lungo periodo che oramai, non solo in ALU ma in tante multinazionali, non esiste più poichè si naviga a vista (o spesso alla cieca), alla rincorsa affannosa del competitor di turno spesso cinese, con il quale la battaglia è persa in partenza se la si porta sul piano dei costi anzichè su quello della qualità del prodotto.
Ma non divaghiamo. Dicevamo del piano industriale ALU.
L'ing. Fasce ci spiega come essere pronti alle sfide che si presentano nell'immediato futuro: con le metodologie agile and lean. La metodologia agile prevede, in soldoni, un maggiore coinvolgimento del cliente ed una minimizzazione degli sprechi. Ci viene sottolineato che Optics ha 21 laboratori distribuiti su 11 nazioni e 5 diversi fusi orari e, riducendoli, si avrebbero diversi vantaggi: la riduzione dei layer del management (quindi meno dirigenti scaldasedie, aggiungiamo noi); la ottimizzazione delle spese in macchinari e strumentazione che, non più polverizzata su tanti laboratori può essere meglio focalizzata; avere laboratori con una certa massa critica (quale?, ci chiediamo ? 50, 100, 500 lavoratori?) con tutte le funzioni a disposizione. E tanti altri vantaggi. Per carità, nessuno asserisce il contrario, ma con la decisione di chiudere il laboratorio di Bari, tutto questo che c'azzecca? Come direbbe il buon On. Di Pietro.
Il conciliare la chiusura della sede ALU di Bari con tutte queste storie dell'agile è stato un arduo esercizio di arrampicata sugli specchi. Chissà quanti calcetti agli stinchi avrà ricevuto il relatore dagli HR seduti accanto a lui!
Nel nostro laboratorio non abbiamo manager: tagliarlo non riduce nessun manager.
Nel nostro laboratorio la strumentazione in utilizzo è in prestito da altri laboratori, a volte strumenti in disuso o con funzionalità ridotte con le quali facciamo i salti mortali per poterli utilizzare al meglio e con ottimi risultati.
Queste eccezioni vengono sottolineate e le (non) spiegazioni fornite dagli HR  rasentano il comico: viene detto che le linee guida illustrate per la riorganizzazione di Optics sono crtiteri generali ma non specifici per Bari. 
Ma allora, se ci sono dei criteri e degli obiettivi nella riorganizzazione di Optics, ma nè la chiusura di un sito, qualunque esso sia, porta a quegli obiettivi nè tantomeno il sito rientra in quei criteri, perchè lo si chiude? E qui gli HR continuano a snocciolare quelle che a nostro avviso sono oscenità. Se il problema non è il costo del lavoro ma della ricerca: il lavoratore mi può costare quanto quello rumeno o indiano o cinese ma se la organizzazione mi alza i costi ciò presenta ovviamente delle anomalie. Bella questa! E le anomalie nella organizzazione del lavoro devono pagarle i lavoratori, cioè coloro che le decisioni organizzative le subiscono? O forse dovrebbero piuttosto pagarle coloro che le decisioni le prendono? Ma non con lo spostamento in una specie di palazzina purgatorio in attesa della pensione! E giù ancora con altre amenità come il ringiovanimento delle competenze. Certo, ringiovanirle rifiutandosi di assumere negli ultimi anni ragazzi e ragazze in gambissima dopo un anno di stage qui a Bari. Quante belle parole, cara ALU. Non pensi l'Azienda che offrire la disponibilità ad accettare a Vimercate qualche lavoratore di Bari venga considerata una apertura. Si, forse la considereremo un'apertura, ma l'apertura del coperchio di un sarcofago in cui fare adagiare il lavoratore stesso.
E non solo il lavoratore ma anche il nostro territorio. Ma si! Continuiamo ad impoverire il Mezzogiorno d'Italia ed a sfruttarlo, utilizzandolo come un bancomat. Ricordiamo a chi ci legge che il nostro laboratorio nacque grazie ai fondi pubblici per il Mezzogiorno e non è mai stato il solito baraccone mangiasoldi: dal nostro lavoro ALU ha guadagnato abbastanza.
Quindi ancora una volta le motivazioni addotte per giustificare la chiusura del laboratorio di Bari sono fumose e vaghe. Ci aspettiamo qualcosa di più concreto per il prossimo incontro al Ministero, convocato per il prossimo 25 marzo.
Per ora l'unica cosa apparsa chiara è la volontà della multinazionale di rimanere con un unico laboratorio in Italia. E di lì all'abbandono del territorio italiano il passo è breve. Lo abbiamo capito, ma ci è anche stato detto chiaramente, che siamo solo i primi di una serie. Purtroppo.

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